sabato 30 agosto 2008

Fondi a sovranità limitata


Massimo Riva
L'Espresso
29 agosto 2008
Dai tempi delle crociate sono cambiati gli atteggiamenti degli interlocutori dell'Occidente. Adesso si presentano sul mercato in forme organizzate, hanno sagacia finanziaria e potere contrattuale

Gli storici delle crociate, o almeno quelli meno conformisti fra loro, ritengono che una concretissima motivazione economica sia stata ben dissimulata dietro le giaculatorie religiose sulla riconquista della cosiddetta Terra Santa finita in mano agli infedeli. Essi partono dalla constatazione che in quei secoli, bui ma di intensi traffici commerciali, le economie dell'Europa avevano subito un pesante impoverimento della loro base monetaria (allora principalmente in argento) con parallela concentrazione di ricchezze nei forzieri dei califfati mediorientali. Se per la bandiera, insomma, il fine era di liberare il sepolcro di Cristo, per la cassa si trattava più prosaicamente di riprendersi il malloppo.

Un processo finanziario non troppo dissimile è quello che Europa e Stati Uniti stanno vivendo ora a seguito del colossale trasferimento di risorse da Occidente a Oriente in forza di due fattori sovrapposti: la brutale escalation dei prezzi petroliferi e il rapido accumulo di riserve in eccesso in paesi a forte crescita economica, la Cina avanti a tutti. Una recente stima dice che non meno di 3 mila miliardi di dollari sarebbe la dote nelle mani dei cosiddetti 'fondi sovrani' ovvero di quei soggetti finanziari che fanno capo al governo di un determinato Stato: da Abu Dhabi a Singapore, dal Kuwait alla Cina, dalla Arabia Saudita alla Russia e così via.

Anche una trentina d'anni fa, al tempo dei due primi shock petroliferi, l'Occidente si trovò ad affrontare un'analoga requisizione di liquidità. Preclusa la via di nuove crociate, si fece ricorso a un intenso riciclaggio dei petrodollari sia con maggiori forniture di prodotti ai paesi esportatori di greggio sia con investimenti diretti di questi ultimi in imprese europee: tipico il caso della Libia con la Fiat. La differenza rispetto a oggi è che gli interlocutori dell'Occidente erano meno avvezzi agli usi e costumi della finanza internazionale, mentre ora hanno imparato la lezione e si presentano sul mercato in forme organizzate (i fondi sovrani, appunto) che sanno ben combinare sagacia finanziaria e potere contrattuale.

Questa novità sta allarmando non pochi paesi occidentali. Al punto che perfino in Germania il governo di Angela Merkel ha messo in campo un disegno di legge per impedire a soggetti esterni all'Unione europea di acquisire partecipazioni rilevanti in imprese tedesche qualora ricorrano non meglio precisate ragioni "di ordine pubblico o di sicurezza nazionale". Un preoccupante segnale di paura dato che viene da un paese che è primo al mondo per esportazioni e dunque dovrebbe essere il più aperto sul piano degli scambi. Diventa perciò serio il rischio che la deriva protezionistica trovi altri seguaci in Europa, innescando una corsa alle barriere nazionali tale da trasformare il continente in una fortezza assediata con grave pericolo per la sopravvivenza del mercato unico. L'iniziativa tedesca è ora al vaglio di Bruxelles: c'è da sperare che al vertice dell'Unione non si sia smarrita la nozione dei vantaggi che la liberalizzazione degli scambi può ancora portare all'economia di tutti i paesi associati. La fruttuosa esperienza degli anni Settanta non va dimenticata.

1 commento:

Luigi Morsello ha detto...

Anche qui devo riconoscere le difficoltà che incontro nel leggere la notizia, metabolizzandola, del fiume di denaro è in possesso di staterelli che hanno sotto i piedi l'oro nero.
L'economista Massimo Riva mette im guardia contro le spinte protezionistiche, che sarebbero un rimedio peggiore del male.