venerdì 31 ottobre 2008

Disobbedire alla riforma, difendere il merito



Nicola Zingaretti
L'Unità

Quando ci si accinge a valutare una riforma del sistema educativo, la domanda fondamentale da porsi è una sola, semplicissima: renderà migliore le nostre scuole e le nostre università, le metterà nella condizione di essere più moderne, efficienti e competitive? Nel caso dei decreti presentati dal ministro Gelmini, la risposta mi sembra evidente: no. Questa non è una riforma, ma un drastico e indiscriminato taglio delle risorse. Per questo ci opponiamo.

Le diatriba salottiera sul voto in condotta e l'operazione amarcord che accompagna due decisioni di diversa gravità come la reintroduzione del grembiulino e del maestro unico non sono che tentativi di sviare l'attenzione dal nodo vero della questione. In una riforma c'è sempre un'idea di futuro. Giusta o sbagliata che sia. Ma in questi provvedimenti non c'è nulla di simile. Sfido chiunque a dimostrare il contrario. Quello che mi preoccupa è l'effetto devastante di queste scelte sul nostro Paese che, secondo tutte le statistiche, è già uno dei più ingiusti e socialmente immobili d'Europa. Un Paese in affanno. E il taglio delle risorse all'università, alla ricerca, non potrà che aggravare questa situazione, perché inceppa il motore del futuro.

L'incantesimo è finito. Quest'estate, osservando un panorama desolato di sfiducia e rassegnazione, parlavamo della desertificazione dell'opinione pubblica. Ma ora che l'inadeguatezza di questo governo appare in tutta la sua evidenza, ora che dal piano del metodo, ostentazione di decisionismo fine a sé stesso, si passa al piano delle cose, entrando nel merito dei provvedimenti adottati nella calura di luglio, la percezione cambia. I cittadini di questo Paese sono svegli, vigili e, diciamolo pure, migliori del loro governo. Capaci di osservare, valutare e criticare liberamente.

La reazione a questa falsa riforma è davanti ai nostri occhi: un movimento fortemente innovativo. Vedo, nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, l'ulteriore crescita di una forte consapevolezza degli insegnanti, degli studenti, dei genitori, dei ricercatori e dei docenti che unisce scuole elementari, licei e università: un movimento di opposizione capace di presentare in forma inedita una forte domanda di cambiamento. Molto più di una semplice difesa della scuola e dell'università pubbliche. Un grande movimento per il futuro, che chiede opportunità per competere e un paese più giusto. Perché nella richiesta di un sistema educativo che funziona c'è la richiesta di rimettere in moto una società delle opportunità.

Si parla tanto di meritocrazia. Spesso in maniera strumentale. Nei grandi paesi anglosassoni e del nord Europa, la meritocrazia è una grande forza positiva, fondata su due pilastri, che assumono in quelle culture una connotazione spiccatamente etica. Il primo è la responsabilità individuale. Sarai premiato per gli sforzi che farai. E sai, al contempo, che se ti impegni ci sarà una società pronta a premiarti per quello che vali, che non ti vedrai passare avanti qualcun altro che vale meno di te. Secondo, ancor più decisivo: le pari opportunità. Perché per consentire a ciascuno di impegnarsi ed esprimere il proprio talento, la gara deve essere equa. Bisogna che a ciascuno siano date le stesse condizioni di partenza, e dunque chi parte, per nascita o per censo, in una posizione svantaggiata deve essere sostenuto e messo alla pari degli altri. Regole semplici, ma di straordinaria importanza, che trovano il loro fulcro e motore nella qualità di un forte sistema educativo. La meritocrazia è l'esatto contrario del mito del self made man, degli abili escamotage e del fatti furbo. È nell'educazione, infatti, che si formano le basi e si consolidano i saperi che permetteranno poi di emergere come dirigenti, manager, ricercatori. Non nell'arte di arrangiarsi. Il taglio delle risorse riduce e compromette questo spazio. Ecco perché dico: il movimento della scuola è anche un grande movimento di massa per la meritocrazia. Il primo in Italia. E di conseguenza questo è il più grande movimento positivo contro il berlusconismo che si sia mai sviluppato nel nostro Paese.

Noi siamo e saremo al fianco degli studenti, dei genitori, degli insegnanti, dei ricercatori che chiedono una scuola e un'università migliori. Come Presidente di una Provincia, so che l'esito di questa manovra ci tocca in prima persona. Il governo, in base a un'idea sbagliata di federalismo, impone agli enti locali la realizzazione concreta dei tagli. L'articolo 3 del decreto 154, sul dimensionamento delle scuole, con una formulazione intimidatoria «diffida le regioni e gli enti locali inadempienti ad adottare, entro quindici giorni, tutti gli atti amministrativi, organizzativi e gestionali idonei a garantire il conseguimento degli obiettivi di ridimensionamento della rete scolastica». Pena il commissariamento e la gestione dei tagli da parte del governo.

E l'autonomia delle Regioni e degli enti locali che fine fa? Di fatto, come ha sottolineato un ordine del giorno approvato lo scorso 13 ottobre dall'Unione delle Province Italiane, viene annullata. È questo il federalismo previsto dal titolo V della Costituzione? In un certo senso, possiamo dire che disobbedire alla riforma è l'unica possibilità che abbiamo per rivendicare i nostri diritti. E per questo, di fronte all'arroganza del governo, noi, in base ad un'idea corretta di federalismo, non opereremo nessun taglio sul nostro territorio, invitando tutti gli enti locali a fare lo stesso. Lo diremo con chiarezza alla prossima conferenza unificata. Il governo si assuma le sue responsabilità. Una risposta forte, unitaria, può cambiare le cose.

31.10.08

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