martedì 30 dicembre 2008

Il risveglio della Germania


LA STAMPA
30/12/2008
VITTORIO EMANUELE PARSI

E’un diritto legittimo di Israele proteggere la propria popolazione civile ed il proprio territorio» e la responsabilità dell’attacco israeliano a Gaza è «chiaramente ed esclusivamente» di Hamas, che ha unilateralmente «rotto gli accordi per il cessate-il-fuoco» e dato avvio a un «continuo lancio di razzi in territorio israeliano». Per il momento in cui arrivano, a 48 ore dall’inizio del durissimo esercizio di autodifesa messo in atto dal governo di Gerusalemme, le dichiarazioni attribuite alla cancelliera Angela Merkel dal suo portavoce sono politicamente molto pesanti.

Sono pesanti anche per l'appoggio oggettivo che forniscono a Mubarak e Abu Mazen. Ma sono ancora più significative perché, nel ribadire il pieno sostegno tedesco a Israele, rompono le modalità felpate con cui tradizionalmente la diplomazia tedesca era usa muoversi nella regione. Sembra quasi che, dopo un lungo periodo di sonno, la Cancelliera abbia deciso di scegliere un momento e un tema cruciali per sancire il ritorno della Germania sulla scena della grande politica estera. Fino ad ora, infatti, Merkel si era distinta in politica estera per una visione piuttosto angusta. Certo, sui temi della crisi economica la Germania aveva svolto il suo tradizionale ruolo di mastino del rigore. E però, anche in quel campo, la Cancelliera era sembrata soprattutto muoversi come capo del governo tedesco più che come possibile leader dell'Unione.

Paradossalmente, dopo essere stata tra i principali protagonisti e beneficiari della trasformazione del sistema internazionale post Guerra fredda, era come se la Germania si fosse progressivamente appartata dalla grande politica internazionale, interpretandola sempre più in chiave quasi esclusivamente strumentale rispetto alle vicende di politica interna. In fondo, le stesse modalità plateali della «grande frattura» consumata da Schroeder nei confronti di Bush in occasione della guerra in Iraq, che pure aveva segnato una crisi acuta nei rapporti tra Berlino e Washington, erano sembrate dettate principalmente da motivi di politica domestica. Fu proprio grazie al clamore con cui rivestì la propria polemica nei confronti dell'amministrazione americana, infatti, che Schroeder riuscì inaspettatamente a vincere elezioni in cui era dato per spacciato.

Ora, al crepuscolo di un semestre di presidenza francese tanto attivista quanto alla fine, purtroppo, poco concludente (si pensi alle modalità suicide con cui Parigi ha gestito il lancio di un'iniziativa pur cruciale e strategica come l'Unione Euro-Mediterranea), la Germania sembra volersi candidare a riassumere quel ruolo guida, senza il quale la politica estera dell'intera Unione resterebbe un mero esercizio retorico. Il fatto è stato immediatamente colto in Francia, e non proprio benevolmente, si direbbe. In sole 48 ore, alle dichiarazioni più critiche verso Israele rilasciate dal presidente Sarkozy hanno fatto seguito quelle attribuite alla Cancelliera e la convocazione d'urgenza da parte dell'Eliseo di un vertice sulla crisi di Gaza, proprio nell'ultimo giorno prima che Praga rilevi Parigi.

Difficile immaginare che Angela Merkel non avesse messo in conto la possibile irritazione di Sarkozy, sia pur non prevedendone la subitanea contromossa. Si direbbe però che Merkel stia guardando più lontano, oltre Atlantico piuttosto che sulle rive della Senna, e abbia deciso di «supplire» temporaneamente, almeno in termini di impegno politico, a quella che è stata giustamente definita la «latitanza di Washington», destinata a durare fino all'insediamento della nuova amministrazione. Il segnale mandato a Obama e al suo segretario di Stato Hillary Clinton, sembra indicare che l'Europa è pronta ad assumersi maggiori responsabilità e a giocare un ruolo più importante in Medio Oriente: spazzando innanzitutto il campo da quelle differenze di sfumature che spesso si sono prestate a qualche ambiguità, a cominciare da quelle riguardanti il sostegno convinto ad Abu Mazen e il rifiuto di considerare Hamas un interlocutore possibile fino a quando non si dimostrerà responsabile e rispettoso del diritto di Israele ad esistere. Com'è noto la Germania fa anche parte di quel «terzetto» europeo incaricato di cercare di stabilire le pre-condizioni per un dialogo diretto tra Usa e Iran sulla questione del programma nucleare iraniano. Una Germania meno «cerchiobottista» a Gaza potrebbe, contemporaneamente, trovare più ascolto a Gerusalemme e a Washington nel tentare fino all'ultimo di scongiurare pericolose opzioni militari e chiarire a Teheran che giocare la carta di una possibile spaccatura occidentale potrebbe rivelarsi una tragica illusione.

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