giovedì 31 dicembre 2009

“MI APPELLO ALLA COSCIENZA DI CHI L’HA UCCISO”


Ilaria Cucchi: “Sull’omicidio di Stefano ancora troppe ombre”
di Silvia D’Onghia


“Proprio l’altro giorno stavo guardando le foto di Stefano accanto all’albero di Natale. Mio fratello amava le tradizioni. Per lui era importante ritrovarsi la mattina del 25 dicembre per scambiarsi i regali. Pur non disponendo di grandi risorse, ci teneva a fare un regalo a tutti noi”.
Natale è stato un giorno più triste degli altri per la famiglia Cucchi: Stefano non c’è dal 22 ottobre. Ilaria, la sorella, ce ne parla con la solita calma, con i toni sereni ma determinati cui ci ha abituato in questi mesi. Mai una parola fuori luogo, mai uno sfogo di rabbia. La volontà, quella sì, che sulla vicenda sia fatta presto chiarezza. Una famiglia che ha mostrato un grande senso delle istituzioni e dello Stato, nonostante lo Stato abbia restituito loro un fratello, un figlio, uscito di casa con le sue gambe il 15 ottobre e tornato in una bara, pestato a sangue e lasciato morire di incuria in un ospedale romano.
“Stefano era legatissimo a mio figlio – racconta Ilaria - Anche quest’anno gli aveva promesso un bel regalo per Natale. E il 25 mio figlio se ne è ricordato e ci è rimasto male. Tanto che ho pensato di fargli trovare un pacchettino nascosto in qualche angolo della casa”. A due mesi di distanza la famiglia Cucchi sta cominciando a realizzare quanto accaduto: “All’inizio, dopo che i riflettori mediatici si sono accesi, i miei genitori non si rendevano ancora conto di aver perso un figlio. E di averlo perso in quel modo. Adesso sono a pezzi, ed è soltanto l’inizio”. Quando i riflettori si abbassano, il dolore privato diventa insopportabile. È anche per questo che la morte di Stefano Cucchi non deve essere dimenticata, per rendere giustizia a lui e alla sua famiglia, e perché quanto successo non si possa ripetere. “Ci sono cose positive in questa vicenda – prosegue Ilaria – la prima, che mi ha colpito molto, è stato l’interessamento di molti politici e della gente comune, che ci ha dimostrato grande solidarietà. La seconda è che le persone stanno prendendo coscienza del problema”. Una parola di ammirazione va alla polizia penitenziaria: “Per esempio ci ha scritto il vice comandante del carcere di Treviso per esprimerci la propria vicinanza. Poi c’è soprattutto l’inchiesta interna del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, da cui sono emersi segnali positivi”. Per esempio che dalla morte di Stefano in poi ha trovato attuazione l’ordine di servizio che prevede, tra l’altro, il dovere di “registrare su apposita tabella giornaliera i nominativi degli arrestati allocati nelle camere di sicurezza ed annotarne i movimenti”. Cosa che il 16 ottobre, giorno in cui Cucchi è comparso davanti al giudice per essere processato per direttissima per spaccio di droga, non è accaduto. E invece proprio quella mattina, poche ore dopo il suo arresto da parte dei carabinieri, in tribunale aveva già segni di tumefazioni sotto gli occhi e lamentava “dolori alla deambulazione” (come è scritto nel primo referto medico). “Le conclusioni cui giunge l’inchiesta amministrativa – continua Ilaria – sono però inquietanti. La cosa più evidente è la totale assenza di umanità, come sottolinea anche il dott. Ardita (capo della Direzione generale dei detenuti e del trattamento del Dap, ndr), ma io aggiungo anche di professionalità. Sembrerebbe che più di una persona si sia resa conto che mio fratello stava male; ma nessuno si è posto il problema di denunciare quanto stava accadendo. In tutto questo le colpe mediche sono le più evidenti”. Qualche settimana fa, la Procura di Roma ha iscritto nel registro degli indagati tre nuovi medici dell’ospedale Pertini, portando così a 9 il numero totale degli indagati (tre agenti penitenziari e altri tre medici della stessa struttura). “Ma senza le botte Stefano non sarebbe arrivato lì, per questo bisogna indagare a monte. Per fortuna l’inchiesta sta procedendo con una certa rapidità e ci auguriamo che presto si possa arrivare alle prime conclusioni”.
Intanto sono agli sgoccioli le perizie medico-legali. La seconda autopsia sul corpo del ragazzo ha evidenziato le fratture alle vertebre e la lesione alla mandibola. Elementi che nel primo esame autoptico non erano stranamente venuti fuori. La salma non è ancora stata restituita alla famiglia Cucchi: “A Natale non abbiamo potuto portargli neanche un fiore al cimitero. Un sacrificio pagato alla sete di giustizia”. Giustizia, appunto, non vendetta: “Se avessi davanti a me i presunti colpevoli, farei appello alle loro coscienze. Io voglio sperare che la morte di mio fratello non resti senza risposte, che ci siano persone che si assumano le proprie responsabilità e che le istituzioni si adoperino per individuare i responsabili”.

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